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A FOLIGNO, OLTRE LE COLONNE D'ERCOLE


FOLIGNO - Umano, sensibile, ignoto.
L'orizzonte che la Festa di Scienza e Filosofia – Virtute e Canoscenza apre a Foligno dal 10 al 13 aprile è un luogo da esplorare.
Uno spazio sconfinato che attrae, perché ci descrive: umano è il nostro essere, sensibile è la nostra reazione agli eventi, ignoto è il più profondo anelito della nostra essenza e il fine ultimo della nostra esistenza.
Il tema della IV edizione della Festa è un immenso territorio da indagare. Con due potenti strumenti: Scienza e Filosofia. Le discipline cui da sempre ci affidiamo per cercare risposte alle grandi domande che umano, sensibile e ignoto ci suscitano.

A FOLIGNO LA MADONNA DEL BOLIDE DI RAFFAELLO

Foligno – La Madonna di Foligno di Raffaello torna in città il 18 gennaio. L'opera del grande artista urbinate rientra dopo 217 anni nel luogo che l'ha ispirata. Sarà esposta nella chiesa del monastero di Sant’Anna, proprio da dove è stata sottratta nel 1797.
Il dipinto resterà a Foligno fino al 26 gennaio. La mostra aprirà al pubblico dalle 15:00 del 18 gennaio, dopo l'inaugurazione a Palazzo Trinci delle 12:00. Nei giorni successivi, ingresso gratuito ed orario di apertura lungo (dalle 9:00 alle 19:30), per consentire il più ampio accesso alle visite, guidate e della durata di 15 minuti in gruppi di 25 persone.

LA MEMORIA DEL TEMPO PROFONDO

Un piccolo corso d'acqua, quasi dimenticato, scorre nel cuore dei boschi dell'Umbria. E' il Menotre, custode di una grande testimonianza: la memoria del tempo profondo. La sua valle è stretta e rigogliosa, e non è facile scorgerla. Si può individuare solo osservando attentamente i rilievi alle spalle di Foligno.

WIKI LOVES UMBRIA

Tre scatti dall'Umbria vincono il più grande concorso fotografico di tutti i tempi - L'Umbria vince tre volte nel più importante concorso fotografico mai disputato. Si aggiudica due tra i dieci riconoscimenti che premiano il valore del patrimonio culturale d'Italia, con una veduta del lago Trasimeno da Punta Macerone (Tuoro sul Trasimeno, Pg) 

LA STORIA PIU' GRANDE DELL'UMBRIA


Con i suoi 8.456 chilometri quadrati di superficie, l’Umbria è una delle più piccole regioni d’Italia, e l’unica dell’area peninsulare a non essere lambita dal mare. Ma la natura e la varietà dei suoi paesaggi la rendono un luogo unico ed affascinante, in grado di raccontarci una storia coinvolgente e suggestiva che va ben al di là di ciò che la nostra nozione abituale di tempo può concepire.

QUANDO TECNICA, ARTE E NATURA SI INCONTRANO

Steve McCurry fotografa l'Umbria. E lei, come una smaliziata modella, si lascia immortalare nei suoi atteggiamenti più intimi.
E' un ritratto interiore quello che evidenzia la serie di scatti in mostra a Sensational Umbria!, in anteprima mondiale nel Cortile Napoleonico di Palazzo Brera a Milano. Un profilo simbolico, ma che sprigiona tutta la sua dirompente vitalità nei colori e nelle espressioni di un mélange di tradizioni e innovazioni, di cultura e popolarità. Una sequenza di immagini che incatena la vista nello sguardo limpido di una ragazza incontrata per strada, diffonde l'odore dei prati di montagna, e rilancia dagli anfratti delle architetture naturali di una grotta l'eco di una realtà che dimostra di saper suscitare emozioni.
 

LA SCORCIATOIA DI DARWIN: DA DJANGO A LINCOLN PASSANDO IN UMBRIA

Da Django a Lincoln, attraverso gli Appennini umbri, il passo è breve. Il paragone, delineato da Giulio Giorello in un recente articolo su La lettura del Corriere della Sera (http://lettura.corriere.it/debates/darwin-ha-scatenato-django/), traccia interessanti analogie fra l'eroe di Tarantino e il soggetto dell'ultimo lavoro di Spielberg. Il filo conduttore è Charles Darwin, il pioniere dell'evoluzionismo. Il percorso della Natura verso una meta misteriosa ed imprevedibile funziona anche su base sociale: Giorello evidenzia ispirazioni darwiniane in Django e Lincoln, e proietta il parallelismo fino ai giorni nostri con un volo radente che, planando su Obama, sfiora la società aperta di Popper. Ed è qui il passaggio in Umbria.


I GIGANTI D'ARGILLA

Avigliano Umbro - Un esercito di giganti intrappolati nel terreno. Possenti golem mummificati che emergono dall'argilla su uno sfondo grigio e desolato, e si stagliano imponenti contro un paesaggio lunare a testimonianza di un passato grandioso, che non vuole - e non deve - essere ancora una volta dimenticato.
Scoperta per la prima volta nel XVII secolo, poi scordata per quasi 400 anni, ed infine ritrovata alla fine degli anni '70, l'eccezionale foresta fossile di Dunarobba non riceve finanziamenti da più di un decennio, rischiando così di subire danni incalcolabili. La dottoressa Angela Baldanza, docente presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Perugia, ha recentemente condotto una ricerca sui fenomeni di mineralizzazione che stanno interessando alcuni dei tronchi esposti alle aggressioni atmosferiche. Ed ha riscontrato la presenza di solfuri di ferro, che – a contatto con acqua ed ossigeno – generano una sostanza altamente corrosiva: l'acido solforico, in grado di attaccare e distruggere la lignina che costituisce i tronchi, antichi di almeno 2,5 milioni di anni.


TERREMOTI A CONFRONTO: Umbria 26/09/97 - Abruzzo 06/05/09

UGUALI MA DIVERSI - Cosa hanno in comune, e quali sono le differenze, fra i due sismi più devastanti che hanno sconvolto l'Italia negli ultimi 15 anni?
Ricordiamo tutti la scossa che il 26 Settembre del 1997, alle 11:40, mise in ginocchio l'Umbria. Era di magnitudo 5.9 sulla scala Richter. Nella scala Mercalli, fu giudicata di X grado, corrispondente alla definizione: “disastrosissima: numerose vittime umane, crollo di parecchi edifici, crepacci evidenti nel terreno”. L'evento era stato preceduto da una scossa di intensità quasi equivalente alle 2:33 del mattino dello stesso giorno, e da innumerevoli episodi minori fin dall'Aprile precedente, fra i quali spiccò - per magnitudo e danni provocati – quello del 12 Maggio con epicentro nell'area di Massa Martana.



GEOTURISMO: LA NUOVA FORMA DEL TURISMO CULTURALE

NASCE IN UMBRIA UN MODO TUTTO NUOVO DI CONCEPIRE IL TURISMO - Pensate se vi accompagnassero a fare un giro per Perugia, spiegandovi – davanti alla Fontana Maggiore – che le sue pietre ci possono addirittura raccontare la storia della formazione degli Appennini. Se - oltre ad illustrarvi le arti liberali, le figure bibliche ed i mesi dell'anno raffigurati negli stupendi bassorilievi di Nicola e Giovanni Pisano - vi facessero notare come le lastre che formano la vasca superiore della fontana siano fatte di una pietra umbra chiamata Rosso Ammonitico, che rende la nostra regione una delle mete obbligate di ogni paleontologo che si rispetti. Infatti, grazie alla straordinaria ricchezza e varietà in fossili di Ammoniti di questa particolare formazione rocciosa, è stato possibile accertare l'età delle rocce delle nostre dorsali montuose, e ricostruire l'ambiente marino in cui si sono formate. E non solo. Immaginate se vi raccontassero di come la rapida evoluzione di questi antichissimi molluschi, osservabile nella diversità di forme e di ornamenti delle loro conchiglie, rappresenti uno dei migliori esempi della selezione naturale ipotizzata da Darwin.


IN UMBRIA LE PROVE DELLA SELEZIONE NATURALE DI DARWIN




PERUGIA - L'Umbria vanta uno degli esempi più belli fra le prove a sostegno della teoria evoluzionistica di Darwin. E nel 200° anniversario della nascita del grande scienziato inglese (il 12 Febbraio 1809) è appropriato ricordarlo. Tanto più che ancora oggi esistono forme di scetticismo riguardo l'evoluzione darwiniana, nonostante una mole schiacciante di dati continui a dare splendide conferme, estensioni ed approfondimenti della rivoluzione scientifica innescata da Darwin con il suo trattato l'Origine delle specie.
LA SELEZIONE NATURALE NEI FOSSILI DEGLI APPENNINI – Gli ammoniti dell'Appennino Umbro-Marchigiano, conservati presso il dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Perugia, rappresentano un modello molto chiaro dell'azione della selezione naturale nel contesto dell'evoluzione. Passando dagli strati di roccia più antichi a quelli più recenti, i fossili di queste creature marine mostrano forme man mano differenti. I loro gusci diventano gradualmente sempre più aerodinamici, in un adattamento funzionale al loro ambiente di vita che rappresenta l'espressione dell'evoluzione attraverso ciò che Darwin definì la selezione naturale. Gli ammoniti che presentavano le caratteristiche più vantaggiose per la vita hanno avuto una maggiore probabilità di sopravvivenza e quindi di riproduzione. Queste qualità, essendo ereditarie, sono state tramandate alle generazioni successive, e si sono diffuse nella popolazione di questi antichi esseri viventi, mentre i tipi che possedevano caratteristiche meno favorevoli al loro ambiente di vita si sono estinti. E' il concetto della selezione naturale, il pilastro su cui si fonda la moderna biologia.
LE CONFERME DELLA GENETICA E L'ORIGINE COMUNE DELLE SPECIE – La biologia molecolare e la genetica hanno avviato quello che oggi viene definito il neo-darwinismo. Hanno ampliato e confermato le intuizioni di Darwin, basate sulle espressioni visibili che la selezione naturale attua sugli individui. Di fatto, lo studio dei genomi (i patrimoni genetici di ogni forma di vita) ha permesso di verificare a livello molecolare le teorie di Darwin, arrivando a comprendere anche i meccanismi microscopici attraverso i quali la selezione naturale opera nel contesto dell'evoluzione. E non solo. La genetica ha dimostrato anche come alcuni geni identici, denominati immortali, appartengano al patrimonio genetico di ogni essere vivente, dagli organismi unicellulari all'uomo, confermando così l'origine comune della vita. Quando è nata, la vita sulla Terra era indifferenziata. E' l'evoluzione che ha creato la diversificazione, ma l'origine primaria è comune. Adesso sappiamo che la specie umana si è separata circa 5-8 milioni di anni fa dal ramo evolutivo che ha condotto alla comparsa degli scimpanzé, con i quali ancora oggi condividiamo il 98% del patrimonio genetico.
LE INTUIZIONI ED I TIMORI DI DARWIN – Alla fine del 1700 la teoria predominante era ancora quella che definiva le varie specie come entità create indipendentemente l'una dall'altra, ed incapaci di modificarsi. Secondo questa visione, le specie non avevano mai avuto un'origine comune. I primi dubbi concreti iniziarono a sorgere all'inizio del XIX secolo, con le osservazioni paleontologiche: negli strati rocciosi più antichi infatti mancano completamente fossili degli esseri attualmente viventi, e se ne rinvengono altre appartenenti ad organismi ora estinti. Ma passarono altri cinquant'anni prima che Darwin formulasse la sua dirompente teoria evoluzionista. Il naturalista Inglese si convinse che la “lotta per la vita” fosse uno dei motori principali dell'evoluzione, intuendo il ruolo selettivo dell'ambiente sulle specie viventi. Secondo Darwin, il ruolo primario nel processo di evoluzione è dato dalle mutazioni genetiche, in gran parte casuali. L'ambiente entra in azione in un secondo momento, nella determinazione del vantaggio o svantaggio riproduttivo che quelle mutazioni inducono nella specie mutata, o - in altre parole – nella loro migliore o peggiore capacità di adattamento. Ma comprese anche che le sue teorie contenevano risvolti filosofici che avrebbero suscitato questioni ancora più grandi di quelle puramente scientifiche, e indugiò molti anni sui suoi studi, prima di renderli pubblici. Le implicazioni delle sue osservazioni andavano al cuore delle riflessioni sulla condizione umana, sul significato generale riguardo la “collocazione dell'uomo nella natura”. E, in questo senso, gli sembravano quasi paragonabili “alla confessione di un delitto”. Aveva ragione anche in questo. Sin dalla prima pubblicazione, nel 1859, l'Origine delle specie suscitò accesi dibattiti e scontri di pensiero. Che, in alcuni ambiti, si protraggono ancora oggi, dopo 150 anni. Basti pensare che solo nel 2008 la Chiesa Anglicana ha cambiato opinione sulle teorie evoluzionistiche di Darwin, con una lettera indirizzata in prima persona al grande scienziato, in cui chiede scusa per aver “frainteso” la sua teoria dell'evoluzione, fino ad allora aspramente criticata.
EVOLUZIONE OSSERVABILE – La teoria evoluzionistica di Darwin trova conferma e applicazione anche in campo medico. Infatti, fra i pochi fenomeni di evoluzione osservabili alla scala del tempo umano, c'è quello dei batteri. A causa dei loro cicli vitali estremamente brevi, queste forme di vita rappresentano un modello perfetto per osservare i cambiamenti evolutivi che si succedono di generazione in generazione. L'interesse medico è dato dal fatto che l'evoluzione è causata dalle terapie antibiotiche, e si concretizza in una progressiva resistenza dei batteri a questo genere di farmaci. I batteri, come ogni altra specie vivente, mutano. Solo che lo fanno molto velocemente. Le mutazioni che in qualche modo rendono i batteri più resistenti agli antibiotici, rappresentano le caratteristiche favorevoli del concetto darwiniano di selezione naturale, e pertanto si diffondono nelle generazioni batteriche successive. Per questo è necessario utilizzare sempre antibiotici di nuova generazione per assicurare trattamenti efficaci. L'uso diffuso degli antibiotici induce l'evoluzione di ceppi batterici più resistenti, con la conseguenza della diminuzione di efficacia delle terapie antibiotiche. L'introduzione di un nuovo e più potente antibiotico non fa che riproporre lo schema già descritto: tra le infinite mutazioni ve ne saranno sempre alcune che daranno un vantaggio riproduttivo agli individui che le hanno subite. Anche i virus mutano rapidamente, producendo sempre nuovi ceppi, il che rende molto impegnativo cercare di contrastarli. Produrre vaccini definitivamente efficaci contro l'influenza è difficile proprio a causa dei tempi di mutazione del virus, talmente brevi da essere paragonabili ai tempi necessari per mettere in commercio un vaccino.
LA PIU' GRANDE MOSTRA MAI REALIZZATA – Molte sono le manifestazioni e gli eventi programmati in Italia in occasione del bicentenario della nascita di Darwin. Le celebrazioni si sono aperte a Roma l'11 Febbraio, con un convegno internazionale promosso dall'Accademia dei Lincei, di cui Darwin venne eletto socio nel 1875. La mostra più importante è senz'altro quella inaugurata, sempre l'11 Febbraio, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove proseguirà fino al 3 Maggio. “Darwin 1809-2009” sarà poi a Milano (dal 4 Giugno al 25 Ottobre), ed infine a Bari (dal Novembre 2009 al Marzo 2010). E' la più importante mostra rivolta al grande pubblico mai dedicata al padre dell'evoluzione. Raccoglie e intreccia i linguaggi della storia, della narrazione, delle scienze naturali, della filosofia della scienza e delle ricerche sperimentali contemporanee più avanzate, per introdurre il visitatore alla teoria dell'evoluzione, accompagnandolo in un viaggio stupefacente che approda infine alla formulazione della teoria per cui Darwin divenne famoso, la selezione naturale come motore del cambiamento in natura.
Daniela Querci - 23/02/2009

SAN GIUSTINO E CALVI DELL'UMBRIA: QUANDO IL SOLE NON E' UGUALE PER TUTTI






PERUGIA - Oggi a San Giustino (Pg), il giorno durerà 8 minuti in meno che a Calvi dell'Umbria (Tr). In realtà è dal mese di Ottobre che il sole di San Giustino, mettiamola così, “accumula ritardo” su quello di Calvi dell'Umbria. Da allora, la durata media del giorno nel comune più settentrionale della nostra regione, rispetto a quello più meridionale, è passata per i 6 minuti in meno di Novembre, ha la sua punta massima in questi giorni, e poi comincerà a calare, fino al mese di Marzo. Per la precisione fino al 21 Marzo, quando la luce del sole illuminerà per 12 ore precise entrambe le località. Ma i sangiustinesi non hanno di che allarmarsi. Innanzitutto, in questi mesi invernali possono contare su notti più lunghe rispetto ai loro vicini calvesi. Magra consolazione, ma la par condicio va rispettata, e quindi – in totale - le 24 ore devono essere sempre uguali per tutti. E inoltre, da Aprile in poi, le cose si ribaltano. Durante i mesi primaverili ed in estate la durata media del giorno sarà maggiore a San Giustino che a Calvi dell'Umbria, con un picco massimo nel mese di Giugno, quando la cittadina dell'alta valle del Tevere godrà – in media – di 8 minuti di luce in più rispetto alla sua controparte nella provincia di Terni, pareggiando – per così dire – i conti.
E' TUTTA UNA QUESTIONE DI INCLINAZIONI – Sappiamo tutti che la durata del giorno e della notte dipendono dalla posizione sulla superficie della Terra. E anche in una piccola regione come l'Umbria, dove le distanze fra un luogo e l'altro sono insignificanti se paragonate alle dimensioni terrestri, le diverse collocazioni geografiche determinano alcune differenze in questo senso. E tutto per una questione di inclinazioni. In effetti, si può senz'altro dire che anche la Terra, come ognuno di noi, ha le sue. La più importante di queste inclinazioni, è quella che il nostro pianeta determina rispetto al piano su cui orbita intorno al Sole. E' come se la Terra girasse intorno alla sua stella mantenendosi un po' inchinata, quasi in un atto di dovuta riverenza nei confronti dell'incontrastato sovrano del nostro sistema planetario. E' questa inclinazione che causa la diversa durata del giorno e della notte. Se non ci fosse, a San Giustino e Calvi dell'Umbria – come in ogni altro punto della superficie terrestre - per tutto l'anno la luce e il buio avrebbero la stessa lunghezza. E non ci sarebbero le stagioni. L'unica differenza sarebbe data dalla curvatura della Terra – sua seconda inclinazione in ordine di importanza – che determina un diverso angolo di incidenza dei raggi solari procedendo dall'equatore ai poli. Nel nostro emisfero, la luce ed il calore forniti dal Sole risulterebbero tanto minori quanto maggiore è la distanza verso Nord dall'equatore. Ma nella stessa località sarebbero costanti tutto l'anno.
LUCE E BUIO: PERENNEMENTE IN GARA – Solo due volte all'anno il giorno e la notte arrivano pari sulla linea del traguardo: il 21 Marzo ed il 23 Settembre. In tutti gli altri momenti, luce e buio hanno la stessa durata esclusivamente lungo l'equatore, mentre a Nord e a Sud hanno lunghezza diversa.
La differenza si fa sempre più grande andando verso i poli, ed è rilevabile anche fra località molto vicine fra loro, come Calvi dell'Umbria e San Giustino, che in linea d'aria distano poco più di 135 Km. Unicamente nei giorni degli equinozi (21 Marzo e 23 Settembre) l'inclinazione della Terra rispetto al Sole si annulla, perciò la luce batte a picco sull'equatore, e sfiora radente ai poli. Invece ai solstizi (21 Giugno e 22 Dicembre), i raggi del Sole sono perpendicolari ai tropici: al Tropico del Cancro nel solstizio d'estate, e a quello del Capricorno nel solstizio d'inverno. Nel primo caso, tutti i punti a Nord dell'equatore restano illuminati per un periodo di tempo più lungo, e al buio per un periodo di tempo più breve. Nel nostro emisfero quindi, la durata del giorno è maggiore di quella della notte, e la differenza aumenta andando verso Nord. Basti pensare che la calotta artica resta illuminata durante tutta la rotazione che la Terra fa intorno a se stessa, e cioè per 24 ore. Al contrario, nel solstizio d'inverno, quando i raggi del Sole sono perpendicolari al Tropico del Capricorno, nel nostro emisfero il giorno dura meno della notte, e la calotta artica resta completamente al buio. Noi adesso abbiamo passato da poco il solstizio d'inverno. La durata del giorno ha ricominciato ad aumentare e quella della notte a diminuire, ma bisognerà aspettare fino all'equinozio di primavera perché si eguaglino. Dal 22 Dicembre al 21 Marzo la notte sarà sempre più lunga del giorno, ma il giorno pian piano acquisterà terreno sulla notte. Il 21 Marzo giorno e notte dureranno entrambi 12 ore, a San Giustino come a Calvi dell'Umbria, e in ogni altro luogo sulla Terra. Dal 21 Marzo al 21 Giugno il giorno continuerà ad aumentare rispetto alla notte. Dal 21 Giugno in poi ricomincerà a calare, ma fino al 23 Settembre sarà sempre più lungo della notte. Il 23 Settembre giorno e notte saranno di nuovo uguali. Dal 23 Settembre al 22 Dicembre la notte sarà sempre più lunga del giorno, e aumenterà sempre.
TUTTO E' RELATIVO – E in particolar modo il tempo. Il nostro sistema di calcolo del tempo si basa da sempre su due passaggi consecutivi del Sole nella stessa posizione del cielo. E' chiamato tempo solare vero, e il punto preso in considerazione è il più alto nell'arco apparente che la nostra stella compie dall'alba al tramonto. Fra questi due momenti, la Terra ruota completamente su se stessa, e passano 24 ore. Ma oggi a San Giustino il sole è sorto alle 7:41, mentre a Calvi dell'Umbria alle 7:35. Quindi il Sole raggiungerà il culmine del suo arco con qualche minuto di scarto nelle due località. E le differenze aumentano se si considerano – ad esempio – il comune più orientale e quello più occidentale dell'Umbria, che sono rispettivamente Norcia (Pg) ed Allerona (Tr). In questo caso infatti, prendono più importanza le distanze Est-Ovest che quelle Nord-Sud, ed anche la diversa altitudine sul livello del mare acquista un certo peso. Quindi il tempo solare vero è differente in ogni località della Terra, e varia di qualche minuto anche fra luoghi come Norcia ed Allerona, distanti meno di 100 Km in linea d'aria, e con un dislivello di soli 130 metri. Ma usare il tempo solare vero ci catapulterebbe in una vera Babele di orari, dove sincronizzarsi diventerebbe impossibile. Perciò ci siamo adattati. Adeguandoci alle convenzioni che scaturiscono dall'idea avuta da Quirico Filopanti nel XIX secolo. Per adottare un sistema di misura del tempo utilizzabile in ogni luogo della Terra, l'astronomo italiano immaginò di dividere la superficie del pianeta in 24 spicchi, detti fusi orari. Ogni spicchio ha una larghezza di 15°, e fra l'uno e l'altro la differenza di tempo è di 1 ora. All'interno di ogni fuso, si utilizza il tempo, detto civile, che corrisponde al centro del fuso. In Italia, il centro del fuso passa per il cono vulcanico dell'Etna, e là il tempo solare vero corrisponde a quello civile adottato in tutto il paese. Il fuso orario dell'Italia è in anticipo di 1 ora rispetto a quello del fuso immediatamente ad Ovest, che è stato preso come primo fuso di riferimento, ed il cui centro passa per Greenwich (Inghilterra). Il tempo di Greenwich è stato denominato Tempo Universale, mentre il nostro è il Tempo medio civile dell'Europa centrale, che abbiamo in comune non solo con gran parte dell'Europa, ma anche con paesi dell'Africa, come il Niger, l'Angola e la Namibia. Da sotto l'equatore in giù però, le stagioni sono invertite, e nei paesi che adottano l'ora legale, essa viene applicata nei periodi speculari ai nostri.
Come se non bastasse poi, il tempo solare su cui si basa quello civile dei fusi orari, non è in perfetta sincronia con il tempo siderale (calcolato su due passaggi consecutivi di una stella diversa dal Sole nella stessa posizione del cielo). E' da qui che deriva il tanto declamato secondo in più, applicato il 31 Dicembre scorso agli orologi di tutto il mondo allo scoccare della mezzanotte. Si chiama “secondo bisestile” o “secondo intercalare”, e non è la prima volta che ce lo mettono in conto. Dal 1972 ad oggi, è la 24esima volta che viene aggiunto. Se il tutto risultasse un tantino complicato da digerire, consoliamoci pensando che – a fasi alterne – ognuno di noi avrà sempre qualche minuto in più per... dormirci sopra.
Daniela Querci - 05/01/2009

C'E' L'UMBRIA NEL CUORE DI UNO DEI PIU' ILLUSTRI SCIENZIATI DEL NOSTRO TEMPO

LA GOLA DEL BOTTACCIONE LO PORTO' SULLE TRACCE DEI DINOSAURI
e da Gubbio ci ha aperto nuovi punti di vista sulla storia della Terra
Ha legato la gola del Bottaccione alla più affascinante delle teorie sull'estinzione dei dinosauri. Ora riceve l'equivalente del Nobel per le scienze della Terra. E, nel giorno della premiazione, dedica a Gubbio i suoi romantici ricordi. “E' stato bello il tempo in cui respiravo l'aria fredda di Novembre sul monte Ingino. Belle le vecchie canzoni che i geologi italiani cantavano la sera ai tavoli delle trattorie di Gubbio”. E' così che Walter Alvarez – il 21 Novembre scorso - conclude il suo discorso alla platea gremita nella grande sala di ricevimento della Columbia University di New York, uno dei più antichi atenei degli Stati Uniti. Il luogo è prestigioso, ed è l'occasione a richiederlo. Nell'emozione, le dita segnate dalla vita all'aperto del 68enne geologo americano percorrono più volte i rilievi della medaglia con cui è stato insignito del premio Vetlesen. Il più alto riconoscimento nel campo della geologia. Sul retro dell'onorificenza sta scritto: per le conquiste nelle scienze della Terra e dell'Universo. E Alvarez racconta la storia appassionante della sua conquista.

IL GEOLOGO DELLA CATOSTROFE
Era un giovane geologo di campagna quando – a metà degli anni '70 - venne a Gubbio per studiare le maestose sequenze di roccia sedimentaria che, uniche al mondo, rappresentano l'archivio di milioni di anni di storia del nostro pianeta. I suoi obiettivi non erano certo così ambiziosi da pensare di riuscire a leggerci dentro l'evento catastrofico che avrebbe segnato la fine dei dinosauri sulla Terra. Ma la casualità a volte gioca un ruolo importante nelle grandi scoperte. E Alvarez notò che uno degli strati di roccia non conteneva i microscopici gusci fossili tanto abbondanti nei calcari impilati sotto e sopra a quel piccolo livello rossastro. La cosa, anche se esulava dall'ambito della sua ricerca, lo incuriosì. I fossili sono la testimonianza della presenza di vita nel periodo di tempo in cui si forma una roccia. Perché in quel particolare strato non ce n'erano? Raccolse molti campioni ed iniziò ad analizzarli. I dati che ottenne erano inconsueti. Indicavano altissimi contenuti in Iridio, un metallo molto raro sulla crosta terrestre, ma comune nei frammenti di asteroidi che cadono sulla Terra. Dunque la roccia registrava forti concentrazioni di un elemento di probabile provenienza extraterrestre, e non conteneva forme di vita. Nella mente del ricercatore cominciò a germogliare il seme di un'idea. Tanto anticonvenzionale – per quel tempo – quanto lo era la roccia che l'aveva ispirata. Nel 1980 propose la sua teoria. Un grosso meteorite poteva essere caduto sulla Terra.
Il fortissimo impatto avrebbe provocato la polverizzazione di grandi pezzi del corpo celeste, i cui elementi – come l'Iridio – sarebbero poi ricaduti anche a grandissima distanza, entrando a far parte della composizione delle rocce che si stavano formando in quel momento. Gli sconvolgimenti climatici innescati dalla collisione avrebbero causato danni enormi alle forme di vita che popolavano la Terra, fino a portarne gran parte all'estinzione. La roccia del Bottaccione presentava infatti un'altra particolarità. Aveva 65 milioni di anni. Data significativa per i paleontologi, che avevano già da tempo appurato come quell'epoca rappresentasse un limite molto netto per l'evoluzione della vita sulla Terra. La maggior parte dei fossili recuperati dalle rocce più antiche di 65 milioni di anni – come i dinosauri - nelle formazioni più recenti non compaiono più. Al loro posto si trovano le vestigia di forme viventi completamente diverse. Come se 65 milioni di anni fa fosse accaduto qualcosa di così improvviso e letale da azzerare quasi totalmente la vita prosperata fino ad allora. L'ipotesi del meteorite calzava a pennello. Ma – per lunghi anni - solo nella mente di Alvarez.

SCETTICISMI E RIVINCITE
I detrattori della nuova, anticonformista teoria, basavano le loro critiche su due punti fondamentali. Il primo era di natura filosofica, e riguardava il concetto dell'Attualismo: principio secondo cui i processi che hanno operato nel passato sono gli stessi che osserviamo nel presente. La vita evolve gradualmente, le specie mutano o si estinguono nell'arco di lunghissimi periodi di tempo, non all'improvviso. Da questo punto di vista l'ipotesi di Alvarez era improponibile. Il secondo scoglio aveva un carattere più prosaico. Dov'era il cratere di questo meteorite? Un bolide di dimensioni tali da provocare l'apocalisse delineata da Alvarez, avrebbe dovuto lasciare una cicatrice indelebile sulla faccia della Terra. Ma nessuno dei crateri conosciuti fino ad allora era grande abbastanza, né corrispondeva all'età cruciale. Per avvalorare la sua teoria, Alvarez aveva bisogno di un cratere largo almeno 150 Km e vecchio 65 milioni di anni. Le sue ricerche continuarono per molto tempo. Nel 1990, un gruppo di studiosi che credeva in lui, trovò il candidato ideale: era ben nascosto fra la costa della penisola dello Yucatan ed il fondale marino antistante. Largo 180 Km e generato da una meteora grossa almeno quanto l'Everest, il cratere di Chicxulub era vecchio esattamente 65 milioni di anni. Di fronte ad evidenze così schiaccianti, anche gli scetticismi di natura filosofica si spensero. La teoria che Alvarez aveva faticosamente portato avanti per 10 lunghi anni era finalmente riscattata.
UN NUOVO PANORAMA NEI NOSTRI ORIZZONTI
Oggi esistono nuove teorie, parallele a quella di Alvarez, che introducono la possibilità che anche altri eventi di natura terrestre – come le grandi eruzioni del Deccan - possano aver avuto ruoli comprimari nel fenomeno dell'estinzione di massa. Ma quello che la comunità scientifica - conferendogli il premio - ha voluto sottolineare, è l'essenza fondamentale dei suoi studi. Il suo lavoro ha dimostrato come eventi catastrofici possano rimodellare improvvisamente il corso dell'evoluzione sul nostro pianeta. Ci ha dato una visione alternativa della storia della vita sulla Terra, dimostrandoci quanto il nostro pianeta possa essere intimamente collegato al resto dell'Universo. Ha allargato i nostri orizzonti, offrendoci un panorama in cui tutto può dipendere anche da come il nostro mondo interagisce con gli altri corpi cosmici. Alvarez non ha solo trasportato lo studio degli impatti extraterrestri dal campo della fantascienza a quello della scienza, ma ha cambiato per sempre il modo in cui osserviamo il nostro pianeta e la sua evoluzione. Con il moderno catastrofismo, ora ben radicato non solo nella bibliografia scientifica, ma anche in quella divulgativa, nella cinematografia e negli allestimenti museali, Alvarez ha avuto successo anche nel creare un solido ponte fra il mondo scientifico e quello della cultura popolare.
“Sono felice” commenta Alvarez “di avere avuto una parte nei progressi della geologia di questi ultimi 40 anni. Ma adesso per me è arrivato l'autunno”. Un sorriso lieve. Una lacrima di commozione. E si congeda dai suoi ospiti. Ma non tutti sono convinti che sia così profondamente immerso nel suo autunno. Si dice che il direttore della fondazione Vetlesen abbia impiegato più di una settimana nel tentativo di rintracciarlo per informarlo di aver vinto il premio. Era in montagna. Fra le sue amate rocce. Forse, a respirare di nuovo la nostra fredda aria invernale. Che a lui riscalda ancora il cuore.
Daniela Querci - 15/12/2008

COME CLONARE UN MAMMUTH (DI PIETRAFITTA) PARTENDO DA UN TOPO




PERUGIA - Entro il 2009 si prevede l'apertura del museo paleontologico di Pietrafitta, la cui realizzazione è giunta ad una svolta importante 15 giorni fa, quando è iniziato il trasferimento dei reperti nell'ala del museo denominata sala delle Culle, che li ospiterà definitivamente. Fra i fossili che verranno esposti spiccheranno – e non solo per le loro mastodontiche proporzioni – i resti della specie Mammuthus Meridionalis, cugini dei celeberrimi pachidermi lanosi che popolarono le regioni dell'Europa settentrionale fino all'ultima glaciazione, ed antenati degli elefanti contemporanei. La collezione dei mammut di Pietrafitta infatti, presenta la particolarità di contenere numerosi reperti conservatisi in posizione anatomica corretta. Molti crani sono stati recuperati con le ossa già unite fra loro, e le zanne sistemate giustamente, com'erano quando l'esemplare era in vita, e non disposte in modo caotico come accade normalmente. Questo fatto, di per sé raro e quindi di elevato interesse scientifico, costituirà anche un elemento di forte impatto dal punto di vista museografico, poiché renderà possibile valorizzare al massimo l'esposizione dei resti, rendendo la visita una escursione particolarmente suggestiva fra gli animali che popolarono la nostra regione oltre 1 milione di anni fa. Ma oggi, nel panorama scientifico internazionale, sembra che i mammut destino ben altri interessi rispetto a quelli ascrivibili alla testimonianza del tempo che fu. C'è infatti chi afferma di poterli riportare in vita. Ed in termini che - non solo dal punto di vista cronologico - sanno di paradossale. L'idea è nata infatti da un esperimento effettuato sui loro piccoli, acerrimi nemici di sempre. I topolini.
MA HA SENSO RIPORTARE IN VITA I FOSSILI? – Due topolini clonati hanno raggiunto in ottime condizioni di salute lo stadio adulto. Il comunicato - diramato pochi giorni fa dai laboratori di ricerca di Kobe, in Giappone - rimbalza veloce all'interno della comunità scientifica internazionale, amplificandosi con un che di fanciullesco, come accade ai racconti che si fanno tra loro i bambini, arricchendosi ed ingigantendosi di idee e particolari mentre passano di volta in volta nelle loro bocche. E già si pensa di clonare mammut, tigri dai denti a sciabola ed altri animali che non camminano più su questa Terra da centinaia, migliaia o addirittura milioni di anni. Se la zampa di Dodo conservata al museo di Storia Naturale di Oxford rappresenta da anni una irresistibile tentazione per i genetisti della clonazione, è di questi giorni l'annuncio di voler ripetere l'esperimento, riuscito con i topi, su un mammut congelato da 11.000 anni nel permafrost siberiano. Alla notizia non è stato dato grande risalto dagli organi di comunicazione. Ormai la clonazione non è più una novità. E non sarebbe la prima volta che gli scienziati tentano di riportare in vita animali estinti. Noah, il clone di un bue selvaggio recentemente scomparso dal suo habitat naturale, fu prodotto nel 2001 negli Stati Uniti, anche se la sua vita durò solo 48 ore. Le sue cellule vennero impiantate nell'utero di Bessie, una comune mucca come quelle che pascolano nelle nostre campagne, che riuscì a portare a termine questa grottesca gravidanza inter-razza, dando alla luce una specie estinta. A suo tempo la notizia venne commentata come un importante passo avanti verso futuri stupefacenti traguardi, ma – al di là del progresso scientifico fine a se stesso – viene da chiedersi che senso abbia riportare in vita un animale estinto. Le specie terminano perché il loro habitat non esiste più, perché non riescono a riprodursi, adattandosi alle condizioni di vita imposte dai nuovi ecosistemi. In qualche modo, e per qualsivoglia ragione, è come se non riuscissero a stare al passo con i tempi. A quale scopo allora, tentare di riportarle forzatamente in un ambiente che non è più loro congeniale? Alcuni rispondono che si sta solo tentando di riparare ai danni fatti dall'uomo, perché molte di queste specie sono scomparse per causa nostra. Innanzitutto questo riguarderebbe solo alcuni animali, specie in via di estinzione o scomparse da poco, non certamente elefanti pelosi e felini che lasciarono la Terra quando ancora l'uomo stava calcandovi i suoi primi passi. Per non parlare di sauri estinti da milioni di anni. Il Jurassic Park del compianto Michael Chrichton continua ancora a stuzzicare le menti più fervide dei bioingegneri e dei genetisti di tutto il mondo, che sembra non tengano in considerazione le seppur non troppo fantasiose conseguenze che l'autorevole medico citava nel suo famoso best-seller. E comunque, anche nel caso di specie in pericolo, o scomparse a causa dell'uomo, non è possibile pensare di “risistemare le cose” in questo modo. I danni, o i cambiamenti, che sono avvenuti sulla Terra per opera dell'uomo, ormai sono stati fatti, ed hanno provocato come naturale conseguenza l'incontrovertibile fine delle specie che non hanno saputo adattarsi. Non sarebbe più utile concentrarsi su come evitarne altri in futuro, e lasciare che per il resto sia la natura a decidere come proseguire il suo corso, invece di volerla ad ogni costo incanalare su percorsi che prescindono da ogni altro scopo che non sia quello puramente gratificante per la dimostrazione delle nostre capacità? Ma la fantasia, o le velleità dell'uomo, a volte corrono troppo veloci. E l'eccitazione che consegue al progresso scientifico ci fa dimenticare che il potere di fare qualcosa non è un motivo sufficiente per farla. Prima di tutto dovrebbe esserci uno scopo.
LE DIFFICOLTA' TECNICHE - DUBBI SULLA SCELTA DELLA “MADRE” – Se da un lato è vero che i risultati ottenuti dai ricercatori giapponesi sono impressionanti, bisogna anche considerare che i topolini sono stati ottenuti da cellule di roditori congelate in laboratorio, e mantenute sotto condizioni costanti per 16 anni. Da qui alla clonazione di un mammut, imprigionato nel permafrost siberiano da almeno 11.000 anni, il passo è un po' più lungo. Infatti, mentre il patrimonio genetico dei topolini è rimasto praticamente intatto, quello dei mammut o di altre creature di cui sono stati recuperati i resti risultano immancabilmente danneggiati. In questo caso, prima di procedere alla clonazione, il lavoro dei bioingegneri consiste nel recuperare il maggior numero possibile di frammenti di DNA e rimetterli insieme, “ricucendoli” in modo da ottenere una sequenza completa ed utilizzabile. C'è poi il problema riguardante il soggetto in cui impiantare le cellule recuperate. Se nel caso di mammiferi viventi la scelta è ovvia, nell'ambito delle specie estinte è molto più problematica. Una femmina di elefante attuale potrebbe sopportare e portare a termine la gravidanza di un suo così lontano antenato? Quale specie di felino vivente dovrebbe essere scelta per generare una tigre dai denti a sciabola?
Daniela Querci - 17/11/2008

COME CAMBIA IL CLIMA DELL'UMBRIA




PERUGIA - L'Ottobre appena trascorso è stato tra i più miti che possiamo ricordare. E i dati lo confermano. Con una media di 16,7 °C, il decimo mese del 2008 si piazza infatti al 5° posto nella scala dell'Ottobre più caldo degli ultimi 20 anni, battuto soltanto dai torridi Autunni del 2001, 2004, 1998 e 1990, quando superò i 17 gradi di media. La temperatura di Ottobre a Perugia è aumentata di oltre 2 °C in trent'anni, e quello preso in considerazione non è l'unico mese a registrare questo tipo di variazioni. I dati di archivio delle stazioni meteo della città indicano infatti che, in soli 16 anni, la temperatura media in Estate è aumentata di 1,7 °C, mentre quella invernale è leggermente diminuita. I rilievi effettuati nel resto della regione concordano con quelli di Perugia, indicando periodi estivi caratterizzati da picchi di calore più frequenti ed intensi, ed inverni distinti da ondate di gelo inconsuete. In un territorio come l'Umbria, dove l'effetto mitigante del Mare Mediterraneo è geograficamente attenuato rispetto alle aree costiere, e le 4 stagioni segnavano una marcata cadenza nello scorrere dell'anno, le variazioni termiche degli ultimi decenni sono forse più tangibili che in altre zone d'Italia. L'Estate si protrae fino ad Ottobre inoltrato, e la stagione fredda coinvolge anche parte dei mesi primaverili, attenuando sensibilmente i passaggi Estate–Autunno ed Inverno–Primavera. Anche la distribuzione delle precipitazioni durante l'arco dell'anno è cambiata. Le piogge sono aumentate in Estate ed Autunno rispetto ad Inverno e Primavera, ed hanno assunto caratteristiche più sporadiche ed intense. E' quindi chiaro come la nostra regione rappresenti un tassello perfettamente coerente nel quadro delle mutazioni climatiche che stanno investendo l'intero pianeta. D'altro canto, comprenderne la causa implica avventurarsi in un tema di grande attualità, in particolar modo nell'ambito del peso attribuibile alle responsabilità umane in questi cambiamenti.
I DIBATTITI SUL RISCALDAMENTO GLOBALE – Fra i maggiori imputati per la fase di riscaldamento che sta interessando la Terra, viene indicato l'aumento di concentrazione atmosferica dell'anidride carbonica (CO2), uno dei gas serra. Gran parte degli organi scientifici internazionali ne attribuisce la responsabilità ad azioni antropiche dirette e indirette. Da qui è conseguita l'esigenza del Protocollo di Kyōto, con l'obiettivo di limitare l'influenza delle attività umane sul clima. I dati dell'assessorato regionale all'Ambiente indicano che il contributo dell'Umbria rispetto alle emissioni nazionali di CO2 (226,4 milioni di tonnellate nel 2007, elaborati dai rilevamenti del Registro italiano per le emissioni di gas serra) si attesta sul 2%, gran parte del quale è dovuto alla centrale per la produzione di energia elettrica di Pietrafitta. Secondo il piano programmatico stabilito dall'Unione Europea – ed attualmente in discussione dal nostro governo, che lo ritiene economicamente troppo oneroso nell'ambito della particolare situazione economica che stiamo attraversando - entro il 2012 l'Italia dovrebbe contribuire con una riduzione del 6,3% nelle emissioni di anidride carbonica, per ottemperare alle direttive del Protocollo di Kyōto. Ma i dibattiti non sono solo di natura economica. In ambito scientifico, esistono pareri discordanti sulle responsabilità antropiche riguardo al riscaldamento globale. Alcuni studi paleoclimatici evidenziano come la Terra abbia attraversato più di una volta nel corso della sua storia fasi di riscaldamento, correlabili sia a fenomeni naturali interni, come l'emissione di gas dovuta alle eruzioni vulcaniche, sia a cause esterne, come la variazione dell'attività solare e l'effetto dei raggi cosmici. Queste teorie troverebbero fra l'altro un riscontro indiretto nel fatto che, nel corso della storia recente, il pianeta ha attraversato periodi di raffreddamento in intervalli di tempo in cui l'emissione di CO2 continuava comunque ad aumentare.
IL CLIMA E L'EFFETTO FARFALLA – Il termine clima deriva dal Greco klima, inclinazione, appropriato riferimento al ruolo primario che ha l'altezza del Sole sull'orizzonte nel determinare l'intensità della radiazione solare sulla superficie terrestre, dunque le temperature e di conseguenza tutti gli altri aspetti dei fenomeni atmosferici. Nell'accezione moderna, il clima consiste nel comportamento atmosferico mediamente atteso in una data regione, sulla base di misure ed osservazioni quotidianamente condotte per un lungo periodo di tempo (generalmente almeno un trentennio, in accordo con le normative dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale). Per quanto riguarda le variazioni climatiche a lungo termine, cercare di inquadrarle in una serie di cicli ricorrenti sembra sia impossibile. La variegata combinazione dei fattori che determinano il clima, lo rendono un sistema altamente complesso ed in perenne mutamento. Le interazioni fra le molteplici variabili che lo influenzano sono legate da relazioni non lineari, perciò il rapporto causa-effetto è difficile da stabilire e da prevedere. E non solo. Nella dinamica non lineare, talora piccole cause possono provocare grandi effetti. E' il noto Effetto Farfalla: “Il battito delle ali di una farfalla in Brasile può scatenare un tornado in Texas”. Coniato proprio da un meteorologo, lo statunitense Edward Lorenz, sintetizza il concetto che anche un avvenimento di modesta entità ed apparentemente non correlabile all'effetto che provoca, possa sortire sul clima effetti importanti. In altri termini, l'alterazione dei delicati equilibri che regolano anche soltanto uno dei parametri che influenzano il clima, potrebbe presentare rischi rilevanti non determinabili, e cambiamenti notevoli e di grande effetto sull'adattamento della società umana e sugli ecosistemi in genere.
Daniela Querci - 03/11/2008

L'UMBRIA CHE FRANA



PERUGIA - L'89% dei comuni dell'Umbria è considerato ad elevato o molto elevato rischio idrogeologico. Lo precisa in una nota recente il Presidente dell' ANBI (Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni) Massimo Gargano. Il rischio idrogeologico – la probabilità che si verifichi una potenziale situazione di pericolosità derivante da frane o inondazioni - comporta quindi un forte impatto sociale ed economico in Umbria, ed è secondo solo a quello sismico. Le frane in particolare, interessano vaste porzioni della nostra regione, mettendo a rischio vite umane e compromettendo ogni genere di opere ed attività. Per affrontare correttamente il problema di difesa e prevenzione dalle frane, è necessario inquadrare questi dissesti nel processo di modellamento generale della superficie terrestre. Geologicamente, l'Umbria è un territorio in via di evoluzione. Le frane rappresentano una delle espressioni attraverso cui questa evoluzione si manifesta. Le colline e le montagne, che ai nostri occhi appaiono forme immutabili nel tempo, in realtà sono sottoposte a continue trasformazioni, generalmente troppo lente perché noi possiamo percepirle. Solo in alcuni casi gli eventi subiscono una repentina accelerazione, ed in pochi attimi la natura svolge un lavoro che altrimenti richiederebbe migliaia o milioni di anni. Non è realistico pensare di poter eliminare del tutto i fenomeni di dissesto. Significherebbe cercare di impedire un normale processo evolutivo. Ma è possibile mitigarne gli effetti, studiando il territorio e pianificandone il suo utilizzo tenendo conto della sua natura.
FRANE: È TUTTA UNA QUESTIONE DI EQUILIBRIO – Il terreno e la roccia che costituiscono il pendio o la scarpata vengono trascinati irresistibilmente verso valle, provocando la frana. Ma perché fino ad un momento prima il versante rimane nella sua posizione? E' tutta una questione di equilibrio. Ogni pendio subisce l'azione della forza di gravità, che lo attira verso il basso, ma in condizioni di stabilità ci sono resistenze interne che lo bilanciano. Determinare e tenere sotto controllo i fattori che tendono a destabilizzare questo equilibrio di forze è pertanto di fondamentale importanza in una regione a rischio com'è l'Umbria. La tipologia e l'assetto del territorio forniscono informazioni importanti. Lungo i versanti della dorsale appenninica, dove affiorano rocce di natura calcarea, i dissesti si manifestano comunemente sotto forma di crolli improvvisi. Dalle pareti si staccano blocchi di materiale. Frammenti di roccia in caduta libera precipitano con velocità elevata al piede della scarpata, generalmente in zone rese instabili da faglie o fratture più superficiali. Nelle aree collinari del settore centrale invece, caratterizzate da terreni e detriti arenacei, la tipologia più frequente di frana è lo scorrimento. Il materiale slitta e scivola più o meno lentamente lungo il pendio, dal quale perde aderenza principalmente per azione dell'acqua. Le frane di questo genere – che sono di gran lunga le più diffuse nella regione – presentano spesso caratteristiche sfruttabili nell'ambito della prevenzione: sono frequentemente precedute da segnali come inclinazioni anomale del terreno, delle piante e delle costruzioni, e da scricchiolii e piccoli dissesti che preannunciano il fenomeno, ed inoltre è probabile che avvengano in aree già interessate da precedenti distacchi, e pertanto tenute sotto controllo con strumentazioni che registrano anche i più piccoli movimenti dei versanti. Nella zona sud-occidentale della regione infine, le formazioni vulcaniche determinano un'evoluzione da dissesto del tutto particolare, come testimoniano i frequenti fenomeni franosi lungo le ripide rupi tufacee. Per quanto riguarda la frequenza nell'arco dell'anno, nella nostra regione la probabilità di incorrere nelle frane si accentua particolarmente nei mesi autunnali, fra Ottobre e Novembre, e si ripropone poi fra Marzo e Maggio, nei periodi in cui le piogge sono più intense e prolungate. Nel contesto dei mutamenti climatici degli ultimi decenni, che volgono verso stagioni aride intervallate da importanti cicli di precipitazioni e forti escursioni termiche, il rischio da frana rappresenta una tematica di un'attualità sempre più allarmante. I terreni, secchi e spaccati durante i periodi di siccità, si imbevono repentinamente di acqua nel corso dei cicli umidi, gonfiandosi e perdendo l'adesione con il substrato. Oltre alle precipitazioni, i terremoti sono fra i maggiori responsabili dell'innesco dei fenomeni franosi. In conseguenza della crisi sismica del 1997-1998 sono state registrate ben 253 frane soltanto nel raggio dei primi 25 Km dagli epicentri delle scosse più importanti.
LE STATISTICHE DELLE FRANE – I rilevamenti di dettaglio effettuati dalla Regione indicano come circa l'8,9% dell'Umbria - vale a dire ben 750 Km2 del territorio - sia in frana. Di questi, 546 Km2 nella provincia di Perugia e 204 Km2 in quella di Terni. Nella provincia di Perugia, i comuni più compromessi sono quelli di Sant'Anatolia di Narco, Montecastello di Vibio, Monte Santa Maria Tiberina di Todi, Pietralunga, Montone, Valfabbrica ed Umbertide, mentre nella provincia di Terni i più colpiti sono Penna in Teverina, Allerona, Castel Viscardo, Giove e Baschi. Come per qualsiasi altra regione dotata di una morfologia del territorio altrettanto movimentata, le frane fanno da sempre parte della storia dell'Umbria. L' Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR di Perugia ha stilato un catalogo dei movimenti franosi avvenuti nella nostra regione, che elenca 1983 eventi di frana occorsi in 1327 località dal 1139 al 2001. Dal catalogo risulta che - fra i 92 comuni dell'Umbria - i più colpiti storicamente sono Todi (con 236 frane), Orvieto (208) e Perugia (149). Nel periodo di tempo preso in considerazione, almeno 9 località sono state colpite oltre 10 volte da frane. L'anno peggiore è stato il 1997, in cui sono state registrate ben 166 frane all'interno dei confini della nostra regione. Le informazioni riguardanti le vittime dei disastri causati dalle frane in Umbria indicano che, fra il 1917 ed il 2005, ci sono stati 47 incidenti provocati da frane, in cui 14 persone sono morte, 2 sono state dichiarate disperse, e 31 ferite in conseguenza diretta di frane provocate da cause naturali. Le lesioni alle strutture risultano in 224 siti in cui sono avvenuti danni ad abitazioni e costruzioni in genere, e 683 siti in cui ad essere pregiudicate più o meno pesantemente da frane sono state strade, tracciati ferroviari o altre vie di comunicazione.
DAI CALANCHI ALLE MESAS: LE FORME DI EROSIONE “ALTERNATIVE” DEL TERRITORIO – L'Umbria è terra di contrasti. Se da un lato frane, alluvioni e terremoti rappresentano la faccia meno benevola della natura, questi stessi eventi, ed il continuo e lento progredire dell’azione modellante delle acque superficiali, concorrono a rendere il paesaggio umbro tra i più pittoreschi ed apprezzati dell’intero territorio nazionale. Nella zona di Ficulle e Allerona (Terni), il tipico paesaggio delle dolci e verdeggianti colline umbre muta gradatamente aspetto. La morfologia dei rilievi diventa più aspra e tormentata, quasi caotica, evidenziando la sua continua ed incessante evoluzione. Le forme predominanti dei versanti sono rappresentate dai calanchi, dichiarati patrimonio naturale per il loro suggestivo aspetto. Si tratta di morfologie tipiche dei depositi argillosi, che si sviluppano su versanti collinari ad opera dell'erosione causata dalle acque superficiali. I terreni più facilmente erodibili vengono incisi profondamente dalle acque di ruscellamento superficiale, che producono profondi canaloni separati da aride e friabili creste affilate. Il paesaggio a calanchi – tipico di ambienti climatici semiaridi, in cui precipitazioni intense e concentrate aggrediscono fortemente i suoli che per buona parte dell'anno rimangono pressoché privi di acqua – rappresenta un'espressione intensa e suggestiva della potenza del modellamento delle acque superficiali sul territorio. Per la loro spettacolarità, i calanchi dell'Umbria sono stati associati alle spettacolari forme calanchive del Badlands National Park, nel Sud Dakota (USA). Anche all'estremità sud-occidentale della regione, la natura esprime la sua dinamica vitalità dovuta al modellamento degli agenti esterni, rivelandosi in creazioni dolcemente selvagge. A 7 Km da Orvieto, il borgo di Rocca Ripesena è situato ai piedi di un grande masso tufaceo di forte impatto visivo. La rupe, insieme a quella di Rocca Sberna, evidenzia caratteristiche geologiche e morfologiche simili a quelle del colle di Orvieto. I blocchi tufacei prorompono dalla pianura rigogliosa, innalzandosi improvvisamente come sculture di un museo naturale. La loro morfologia è il risultato dell'attacco selettivo degli agenti esterni. I depositi argillosi, che si trovano ai piedi delle formazioni vulcaniche, vengono modellati molto più facilmente dei depositi vulcanici. Essendo meno resistenti, vengono erosi e trasportati nelle valli, mentre gli strati più duri rimangono nel luogo originario. Gli strati più resistenti formano i pendii o gli "scalini", mentre gli strati più morbidi formano rampe o curve tra i pendii. Le colate di lava, in particolare, determinano la base piatta delle rupi e sono particolarmente resistenti all'erosione. Nel corso del tempo, l'erosione ha quindi agito in modo selettivo, aggirando i blocchi di materiale più resistente, e producendo formazioni di grande impatto visivo, che vengono denominate mesas. Anche queste sono morfologie tipiche di paesaggi aridi. Particolarmente famose quelle spagnole e degli Stati Uniti (la più suggestiva è la Grande Mesa del Colorado occidentale).
Daniela Querci - 27/10/2008

COLLE FABBRI: ICONA VULCANOLOGICA DELL'UMBRIA





SANGEMINI - Raggiungere Colle Fabbri, amena località della campagna spoletina, è già un'impresa. Non ci sono indicazioni stradali e, se non fosse per il navigatore satellitare (evviva la tecnologia!), il posto sarebbe introvabile. Ma è splendido. Campi di grano a perdita d'occhio, il rosso vellutato dei papaveri e sullo sfondo il verde brillante dei Monti Martani contro il cielo limpido di un'estate che finalmente è arrivata. Colle Fabbri è un piccolo – piccolissimo – nucleo di case, di quelle caratteristiche del paesaggio umbro. Alcune sono in pessimo stato. Pareti semi-diroccate, aie maltenute, cani che abbaiano alla catena, cocci di vetro lungo la strada e la carcassa di una macchina completamente arrugginita dove è disteso pigramente un gatto. Con l'automobile non si può arrivare fino in cima al colle. Una lamiera di metallo attaccata ad una recinzione restringe talmente la strada da impedire il passaggio. In giro non c'è un'anima. Proseguo a piedi passando fra le case. Quelle più in alto sono in ristrutturazione. Pesanti scuri in legno, decorazioni in ferro battuto e pietre faccia a vista. Già. Pietre. Sassi. Rocce. Per gli esperti in materia, il collegamento è immediato: Colle Fabbri è un'icona, un raro gioiello vulcanico incastonato inaspettatamente nel cuore di una terra calcarea. Sì, perché nel 1984, a Colle Fabbri è stata scoperta una roccia di natura vulcanica unica nel suo genere. Le è stato dato il nome di Euremite (dal Greco eurema: “cosa trovata inaspettatamente”), e i pochi affioramenti presenti nell'area sono stati oggetto di approfonditi studi da parte di esperti provenienti dall'Europa, dall'Asia e dall'America, che ne hanno riconosciuto l'unicità e la rilevanza scientifica a livello mondiale. Tanto che, nella Legge Regionale n°27 del 24 Marzo 2000, attraverso il Piano Urbanistico Territoriale, la Regione Umbria, allo scopo di promuovere “la conoscenza, la tutela e la valorizzazione” degli “ambiti caratterizzati da aree di particolare interesse geologico e da singolarità geologiche” inserisce Colle Fabbri nella lista dei beni ambientali come “affioramento di rocce ignee di elevatissimo valore scientifico per gli interessi minerari e petrografici presenti”. E non solo. La Legge Regionale vieta di “realizzare opere che possano produrre alterazioni, degrado e distruzione dei beni e dei siti medesimi”. Nel 2004, la Comunità Montana dei Monti Martani e del Serano ha pubblicato un volume sui luoghi geologici di rispetto dell'Umbria meridionale, per divulgare gli aspetti ancora poco conosciuti del patrimonio ambientale della nostra regione, e sensibilizzare tanto l'opinione pubblica quanto gli enti preposti, alla necessità di valorizzare e di rendere accessibili agli umbri ed ai turisti questi tesori “inaspettati” della nostra regione. Il professor Francesco Stoppa (ordinario di vulcanologia all'Università di Chieti) ed il Dottor Gianluigi Rosatelli (dottore di ricerca dell'University College di Londra), dopo aver condotto approfonditi studi sull'area di Colle Fabbri, hanno articolato nei dettagli un piano per un “museo all'aria aperta” che, attraverso un centro di accoglienza ed un percorso naturalistico attrezzato, avrebbe potuto fornire tutte le informazioni necessarie, guidandoci alla scoperta ed alla conoscenza di uno dei maggiori beni geologico-culturali della nostra terra. Ora, dopo 8 anni e dopo i lavori di ristrutturazione di alcune abitazioni (in seguito a cui uno dei rarissimi affioramenti di Euremite non è più visibile), il luogo di “elevatissimo valore scientifico” non sembra neanche essere degno di una indicazione stradale.
LA GEOLOGIA - La particolarità geologica del centro vulcanico di Colle Fabbri risiede in 3 caratteristiche del tutto inusuali. La prima è l'assoluta rarità della presenza di fenomeni vulcanici in una regione dominata da formazioni rocciose di tutt'altra natura. La seconda è rappresentata dal tipo di magma, proveniente da regioni molto profonde della Terra - e quindi con caratteristiche chimiche del tutto inusuali - che sarebbe inoltre risalito in superficie ad altissima velocità (si ipotizzano più di 100 Km/h) lungo camini vulcanici denominati diatremi, analoghi a quelli presenti nelle miniere diamantifere dell'Africa occidentale. Le variazioni di pressione così repentine generate dalla rapidità di risalita, sommate alla composizione di per sé già inconsueta del magma, avrebbero fornito le caratteristiche mineralogiche così rare dell'Euremite. La terza particolarità è rappresentata dalla peculiarità del fenomeno vulcanico in sé, avvenuto all'incirca 300mila anni fa, nell'ambito del paesaggio geologico in cui si impostò l'eruzione vulcanica. A quel tempo infatti, l'area era occupata dal ramo orientale di un grande lago, il Lago Tiberino. Il calore sprigionato dal magma, al contatto con le acque del lago determinò una esplosione che ridusse in frammenti le rocce preesistenti, come il travertino, e provocò la “cottura” - come in un forno ad altissima temperatura – delle terre argillose che pavimentavano il lago. Gli effetti di questo fenomeno sono ancora oggi riscontrabili. Tutta l'area intorno a Colle Fabbri è infatti caratterizzata dalla presenza di argille e terre di un colore rosso cupo, frutto del repentino ed elevato riscaldamento al quale vennero sottoposte.
LE MINIERE - Fra le particolarità geologiche dell'area di Colle Fabbri c'è anche quella, senz'altro conosciuta e ricordata dagli abitanti della zona, di essere stata al centro di uno dei più vasti territori di sfruttamento minerario dell'Umbria. La storia delle miniere di lignite della Valle Umbra inizia alla fine del XIX secolo. Nel 1880, a pochi chilometri da Spoleto e Colle Fabbri, in località Morgnano, viene infatti scoperto un notevole banco di lignite di ottima qualità. Da quel momento in poi, la storia degli abitanti della zona sarà fortemente condizionata dal lavoro nelle miniere. Numerosi pozzi di estrazione, alcuni profondi fin quasi 400 metri, centinaia di chilometri di gallerie che si intersecano, teleferiche e ferrovie minerarie che collegano le aree di estrazione agli impianti di lavorazione ed alla rete ferroviaria statale. Le testimonianze giunte fino ai nostri giorni dipingono scene epocali, ed hanno come protagoniste famiglie che molto spesso pagarono il tributo più alto per la causa dello sviluppo economico di cui noi, oggi, raccogliamo i frutti. Le vestigia di questa pagina della nostra storia, abbandonate nella campagna accanto all'Euremite di Colle Fabbri, non meriterebbero forse un po' più di rispetto da parte nostra?

Daniela Querci - 09/06/2008

IL PAESE SUL BORDO DEL CRATERE



SAN VENANZO: COSTRUITA SU UN VULCANO - Nel cuore della nostra regione c'è un piccolo borgo di antichissime origini, San Venanzo, edificato proprio sul margine del cratere di un vulcano. La collinetta verdeggiante sulla quale sorge il paese, osservata attentamente rivela degli indizi inequivocabili riguardo la sua vera natura. Il suo profilo mostra fianchi diritti e simmetrici, e la sommità piatta altro non è se non l'antico cratere, oggi riempito da sedimenti. Le fondamenta delle costruzioni poggiano direttamente sulla roccia vulcanica, nera e porosa, e le stesse case sono costruite in tufo, pietra derivante dalla solidificazione dei materiali di eruzione, ed estratta da cave nelle vicinanze.
IL RAPPORTO UOMO – VULCANO - Nell'area di San Venanzo ogni attività rende esplicito lo stretto rapporto che esiste fra uomo e vulcano. Un legame antico ed indissolubile che si manifesta da molti secoli. Gli abitanti di San Venanzo hanno da sempre sfruttato le risorse legate alla natura vulcanica del loro territorio. La particolare fertilità del terreno ha favorito l'agricoltura, la friabilità ha permesso di ricavare nelle abitazioni del centro storico fresche cantine scavate direttamente nel tufo, e di sfruttare naturalmente le condizioni particolarmente adatte di questa pietra alla conservazione di vino ed alimenti.
La roccia vulcanica è stata utilizzata sin dal medioevo per la costruzione di solide e durature macine da mulino, di cui si possono ancora osservare i resti nella antica cava in cui si snoda il percorso naturalistico del museo vulcanologico di San Venanzo. Lo stesso museo, ospitato all'interno di un edificio di pregio nel centro storico del paese, è nato con l'intento di fornire strumenti per approfondire la conoscenza del patrimonio geologico del territorio e la sua intima connessione con la storia degli abitanti.
I FOSSILI DI SAN VENANZO: TESTIMONIANZE DI VITA VISSUTA - All'interno del Museo c'è anche una sala dedicata ai fossili rinvenuti nella zona, fra i quali spicca il cranio di un elefante preistorico vissuto all'incirca 2 milioni di anni fa, molto prima delle eruzioni vulcaniche. A quei tempi l'Umbria aveva un clima caldo e umido, ed era percorsa da Nord a Sud da un grande specchio d'acqua molto ramificato, il lago Tiberino, sulle cui rive - in corrispondenza dell'attuale paese di San Venanzo - trovò la morte un esemplare di Elephas Meridionalis, antenato europeo dell'attuale elefante. La storia della scoperta dei suoi resti pietrificati è un aneddoto curioso che ancora oggi si racconta in paese: lo “strano sasso” sarebbe infatti rimasto per molti anni allo scoperto sul terreno, a pochi passi dal centro storico del paese, senza essere riconosciuto, finché – essendo diventato un ostacolo per lo svolgimento delle attività – si decise di spostarlo. I colori e le forme inconsuete di alcune sue parti, rivelate durante lo spostamento, suscitarono a quel punto interesse per un esame più dettagliato, che portò alla scoperta.
Anche il Monte Peglia, pochi chilometri a Sud-Ovest di San Venanzo, rappresenta un importante giacimento di fossili, molti dei quali sono ora esposti nel museo di San Venanzo. La più grande sorgente di questi fossili è costituita dalla cosiddetta breccia ossifera del Peglia, un accumulo di sedimenti terrosi che colmano una antica caverna frequentata da varie specie di animali - e anche dai nostri progenitori - più o meno al tempo delle eruzioni vulcaniche. Scoperto casualmente in un caldo mattino di agosto del 1955, il giacimento si è rivelato ricchissimo. Fra i fossili più interessanti si annoverano i resti della tigre dai denti a sciabola, un grande felino dotato di denti canini di dimensioni eccezionali, con bordi taglienti e seghettati. Fu il predatore più feroce che abbia mai abitato la nostra regione, ma non sopravvisse all'ultima glaciazione. Fra i reperti umani spiccano una notevole quantità di strumenti litici, pietre lavorate dall'uomo per difendersi, cacciare e compiere le proprie attività quotidiane.
I VULCANI - Sono le espressioni più potenti della forza della natura, chiamati in causa come i maggiori imputati per estinzioni di massa, mutazioni climatiche globali e scomparsa di intere civilizzazioni. Evocano immagini terrificanti, ed alimentano da sempre leggende ancestrali, rappresentando i mitici ingressi dell'Averno e le porte di comunicazione con l'Ade. Ma quanto sappiamo realmente di loro? L'idea che viene generalmente associata ai vulcani è quella di imponenti rilievi incombenti sul territorio circostante, con nude pareti scoscese e crateri che eruttano fiumi di lava incandescente e nubi di polveri ardenti. Ma esistono anche altri tipi di vulcani.
I VULCANI DELL'UMBRIA - Nella nostra regione, edifici vulcanici come il Vesuvio o l'Etna non ci sono mai stati. Immaginiamo piuttosto ampi e bassi coni, o in alcuni casi semplici fessure planari prive di rilievo. Nell'area di San Venanzo, circa 265.000 anni fa, si configurarono tre strutture di questo tipo, distanti circa 500 metri l'una dall'altra: il maar di San Venanzo, l'anello di tufi di Pian di Celle ed il cono eccentrico di Celli. Il maar è una depressione, una grossa buca determinata da un'eruzione di tipo esplosivo ed estremamente violento. Al termine dell'attività, il terreno attorno al cratere era ricoperto dai prodotti vulcanici, ed aveva acquisito la forma di una collinetta conica. Il cratere si è poi riempito di acqua piovana, trasformandosi in un laghetto profondo una quindicina di metri che, in seguito, ha rotto i suoi argini naturali e si è svuotato. I sedimenti che ora lo colmano conservano ancora resti fossili di animali e vegetali lacustri.
Subito dopo il termine dell'eruzione di San Venanzo è iniziata l'attività vulcanica a Pian di Celle, attraverso un cratere che si trovava alcune decine di metri al di sopra del terreno circostante, e che è stato caratterizzato da una fase esplosiva, con produzione di un anello di tufi attorno al cratere, e da una fase effusiva, in cui sono stati emessi circa un milione di metri cubi di lava fluida ad una temperatura stimata sui 1300 °C. Questa lava ha inondato il territorio intorno ai piccoli rilievi vulcanici, e raffreddandosi ha formato una roccia dalle particolarissime caratteristiche, conosciuta in tutto il mondo con il nome di venanzite.
Il cono di Celli è definito eccentrico perchè non si trova in linea con gli altri due, ma spostato di qualche centinaio di metri ad Est. Si tratta di un piccolo cratere che ha prodotto essenzialmente un'attività vulcanica esplosiva di ceneri e lapilli.
Daniela Querci - 26/05/2008